Beato Maurice Tornay

Orsières

Nel cantone svizzero del Vallese, che nel III secolo fu teatro del tragico massacro della Legione Tebea capeggiata da san Maurizio, vide la luce dopo ben sedici secoli il beato Tornay, al quale fu dato il nome del glorioso capitano della Legione Tebea e come lui avrebbe poi testimoniato la sua fede in Cristo subendo il martirio in terra di missione. Maurizio nacque più precisamente nel comune di La Rosiére il 31 agosto 1910, penultimo di otto figli di Giangiuseppe Tornay e Faustina Dossier, coppia di laboriosi agricoltori. La famiglia viveva in condizioni assai modeste, ma era irrobustita da una solida fede. Maurizio, che ricevette il sacramento del battesimo il 13 settembre seguente, si rivelò ben presto di carattere impulsivo e dominante. Si prodigava come i fratelli e le sorelle nei lavori campestri e conduceva e custodiva volentieri le greggi sugli alpeggi di “Crèstes”, ad un altitudine di 1700 metri.

Ricevette la Prima Comunione all’età di sette anni e ciò ebbe un notevole influsso sul suo comportamento e nel suo carattere che migliorò felicemente. Ogni settimana percorreva per un’ora le mulattiere di quell’aspra vallata per scendere ad Orsière, ove poteva così accostarsi alla confessione ed alla Comunione. Dopo la scuola primaria nel suo piccolo villaggio, frequentò il ginnasio nel collegio abbaziale di Saint Maurice, gestito dai Canonici Regolari di Sant’Agostino. Nello studio prediligeva particolarmente la letteratura francese, Molière e gli autori suoi contemporanei. In qualità di capoclasse organizzò uno sciopero come manifestazione di protesta nei confronti del linguaggio di un novello professore. In tal modo potè dare espressione della sua sensibilità religiosa, che alimentava quotidianamente partecipando alla Messa e recitando il Rosario. Egli costituiva inoltre un modello per i suoi compagni per il suo comportamento e la sua carità esemplari. Durante il tempo delle vacanze fece rientro a casa, dedicandosi all’aiuto dei familiari, e si recò in pellegrinaggio a Lourdes. Compose anche un’orazione a Santa Teresa di Gesù Bambino per richiedere il dono dell’umiltà. Il 25 agosto 1931 fu ammesso ad entrare come novizio nella Congregazione dei Canonici di San Bernardo, presso il convento del passo del Gran San Bernardo, ai confini tra l’attuale cantone svizzero del Vallese e la Valle d’Aosta. Era passato solo poco più di un mese da quando aveva chiesto l’ammissione affermando “Sono sicuro che devo essere là” e di volersi impegnare con tutte le sue forze “per divenire un sacerdote di Sant’Agostino, il più possibile simile a Sant’Agostino”. Trascorse questo anno concentrandosi sulla formazione spirituale e lo studio della regola e della storia della congregazione.

Quest’ultime deve la sua origine a San Bernardo di Menthon, originario della Savoia, poi arcidiacono d’Aosta, vissuto nel XI secolo. In questa città Bernardo si doveva occupare dell’accoglienza e della cura dei viandanti provenienti dal Col du Mont Joux (odierno Gran San Bernardo), spesso assai provati dalle difficoltà nell’attraversamento del passo. Decise dunque di attivarsi per la messa in sicurezza del colle, edificandovi un’ospizio ad un’altitudine di 2500 metri, che divenne al tempo stesso un centro di accoglienza e di preghiera. Si unirono presto a lui altri compagni, dando così vita ad una nuova comunità religiosa, che adottò la regola agostiniana.

Attraverso i secoli il numero di religiosi, sacerdoti e laici, presenti nella congregazione oscillò sempre tra i 50 ed i 100 membri. Ancora oggi il ministero da loro esercitato nella Chiesa è rimasto il medesimo delle origini e si è esteso fino a lontane terre di missione, nella sede aperta negli anni ’30 in Tibet, ora trasferita sull’isola di Taiwan. Concluso il noviziato, Maurice Tornay emise i primi voti l’8 settembre 1932. Frequentati corsi filosofici e teologici, dopo tre anni fece la professione solenne. Nel 1936 gli fu concesso di partire in missione per la Cina, prima ancora di aver terminato gli studi di teologia. Confidò al fratello Luigi di ritenere più proficua la propria partenza al fine di rendersi più utile, anziché restare tra le coccole della famiglia. Conscio dell’immane lavoro che lo attendeva nella missione cinese affermò: “ Voglio consumarmi per puro amore verso Dio. Mio caro Luigi, da lì non tornerò più”.

Il viaggio durò un mese e le difficoltà non tardarono ad arrivare. A Weisi trovarono barricate le porte della residenza dei canonici, poiché questi erano dovuti mettersi in salvo dall’attacco dei briganti. Tornata la tranquillità, Maurizio potè tornare a dedicarsi agli studi teologici, nonché all’apprendimento della lingua cinese. Il 24 aprile 1938 fu ordinato sacerdote ad Hanoi e celebrò la sua prima Messa a Siao-Weisi. Dopo neppure tre mesi gli fu affidata la formazione degli allievi del seminario di Houa-Lo-Pa, che diresse per ben sette anni distinguendosi per la sua dedizione ammirabile. Sosteneva di avere un grande nemico da combattere: la pigrizia propria e quella degli allievi. Alcune cronache descrissero così la sua opera: “Il direttore ha cura di formare i suoi alunni alla pietà, alla lealtà, al sostegno reciproco, all’amore del lavoro, ecc. Come Gesù, egli cominciò con il dare l’esempio: la teoria e le esortazioni verranno più tardi. Alzato di buon ora faceva accuratamente le sue preghiere, la sua meditazione, celebrava la sua Messa, in modo da essere disponibile per i suoi alunni, dal mattino alla sera. Si occupava di loro con la tenerezza di una madre, soprattutto quando erano malati. Dava loro talvolta i suoi vestiti ed il suo letto, il che metteva il suo superiore, quando s’accorgeva della cosa, nell’obbligo di rifornirlo di tutto”.

Erano anni di guerra e carestia, che imponevano una disciplina rigorosa ed una dieta forzata. Il cuoco preparava solitamente dei piatti speciali per il delicato stomaco di Tornay, ma questi preferiva distribuirli ai suoi seminaristi motivandosi così: “Come potrei mangiare ciò davanti ai miei alunni, mentre questi lo divorano con gli occhi?”. In prossimità della Pasqua del 1945 ricevette la nomina a parroco di Yerkalo, solitario avamposto missionario in Tibet, terra in preda ad una violenta persecuzione anticristiana. Supplicò i suoi ex-alunni di “pregare molto”, perché “a Yerkalo potrei lasciare la mia vita”. In tale località, infatti, sia le autorità civili che religiose erano gestite dai lama, che gli diedero ben presto ad intendere di non volerne più sapere della presenza cristiana in Tibet. Padre Maurice cercò di far capire che lui ricopriva tale incarico per volontà del suo vescovo. Alcune persone del villaggio si mobilitarono per far retrocedere una delle due parti dalle sue posizioni, al fine di evitare il peggio. Tornay scelse dunque la via dell’esilio ritirandosi a Pamé ed esortando i suoi parrocchiani a resistere tra le atrocità della persecuzione imperversante. Cercò l’appoggiò del nunzio Apostolico e del governo cinese, ma fallita la via diplomatica il nunzio gli suggerì di partire per Lhasa, nella vaga speranza di riuscire a far ristabilire un clima di tolleranza da parte dello stesso Dalai Lama.

Saputo ciò, i lama che lo avevano espulso organizzarono un’imboscata in territorio cinese . Lo uccisero così unitamente al suo domestico l’11 agosto 1949 sul colle di Choula., ad un’altitudine di 4000 metri. Gli uomini armati incaricati dell’eccidio furono ricompensati con un premio di 1000 piastre. I due cadaveri furono in un primo tempo trasportati e sepolti nel giardino della missione di Atuntze e successivamente trasferiti nel cimitero delle missione di Yerkalo, dove tuttora sono venerati.

Giovanni Paolo II, riconosciutone il martirio “in odium fidei”, ha beatificato Maurice Tornay il 16 maggio 1993. Il nuovo Martyrologium Romanum lo ricorda così nel giorno del suo martirio: “Ai confini del Tibet, ricordo del B. Maurizio Tornay, presbitero e martire, che, canonico regolare della Congregazione dei SS. Nicola e Bernardo di Monte Giove, annunciò instancabilmente il Vangelo in Cina ed in Tibet, prima di venire assassinato dai nemici di Cristo”.

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